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Cultura

Sembrava il fossile del polpo più antico del mondo, ma quei denti nascosti riscrivono la sua storia e identità

Ilaria Rosella Pagliaro
08/04/2026 18:00:00

Per un quarto di secolo quel fossile ha avuto un’aura quasi intoccabile. Pohlsepia mazonensis, trovato in Illinois e descritto nel 2000, era diventato un caso celebre della paleontologia: il presunto polpo più antico del mondo, un reperto vecchio di circa 300 milioni di anni, abbastanza ingombrante da finire perfino nel Guinness dei primati. Adesso quella etichetta salta. Il nuovo studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society B sposta il reperto fuori dalla linea dei polpi e lo avvicina ai nautiloidi, il gruppo di cui fa parte il moderno Nautilus, mollusco marino con conchiglia esterna ancora vivo oggi.

Il punto decisivo sta in quello che la roccia custodiva sotto la superficie. I ricercatori hanno usato il sincrorotrone, una tecnica di imaging che impiega fasci di luce estremamente intensi, descritti come più brillanti del Sole, per leggere strutture invisibili a occhio nudo. L’immagine è quasi da laboratorio forense: un reperto di oltre 300 milioni di anni rimesso sotto esame con strumenti che venticinque anni fa semplicemente mancavano. Le perplessità sulla sua identità circolavano già da tempo, solo che mancava il modo giusto per verificare davvero quei dubbi.

Da fuori quel fossile sembrava raccontare un’altra storia. Braccia, pinne, profilo da cefalopode molle: abbastanza per farlo entrare negli studi sull’evoluzione dei polpi e anticiparne l’origine di circa 150 milioni di anni. Il problema stava a monte, molto prima della fossilizzazione. L’animale aveva iniziato a decomporsi per settimane prima di essere sepolto, e quel degrado aveva alterato il corpo al punto da renderlo credibilmente “octopus-like”. Anche l’assenza della conchiglia, oggi, viene letta dentro questo stesso processo di decomposizione.

Poi sono arrivati i dettagli minuscoli, quelli che fanno saltare i castelli interi. Nella roccia è emersa una radula, la struttura alimentare a nastro con file di denti tipica dei molluschi. In ogni fila i ricercatori hanno visto almeno 11 elementi dentiformi. È qui che il fossile cambia casella: i polpi mostrano in genere 7 o 9 denti per fila, i nautiloidi arrivano a 13. La forma e il numero dei denti combaciano invece con Paleocadmus pohli, un fossile nautiloide già noto nello stesso sito di Mazon Creek, in Illinois.

Pohlsepia

©Proceedings of the Royal Society B

Quei denti minuscoli spostano il fossile tra i nautiloidi

La conseguenza più grossa riguarda il calendario evolutivo. Tolto di mezzo questo reperto dalla storia dei polpi, l’origine del gruppo torna più avanti e si riallinea a un quadro che per anni aveva fatto discutere. I dati sostengono un’apparizione dei polpi nel Giurassico, quindi dentro l’era Mesozoica, e collocano in quel periodo anche la separazione tra i polpi e i loro parenti a dieci braccia, come i calamari. Quel vecchio fossile fuori posto, che per decenni ha disturbato il quadro generale, smette così di forzare la cronologia verso il Paleozoico.

C’è anche un secondo effetto, meno vistoso e molto importante. I resti di Paleocadmus conservati a Mazon Creek diventano ora la più antica testimonianza conosciuta di tessuti molli di un nautiloide nel record fossile, con un vantaggio di circa 220 milioni di anni sul record precedente. In paleontologia succede spesso così: un primato cade, un altro prende forma nello stesso istante, solo in una direzione completamente diversa da quella immaginata all’inizio.

La parte più bella, qui, resta la sproporzione. Per anni il fossile sembrava enorme nella sua fama e solido nella sua etichetta. A rimettere tutto in ordine è stata una fila di denti minuscoli, rimasta chiusa nella roccia per più di 300 milioni di anni.

Fonte: Proceedings of the Royal Society B

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Articolo di Green Me