I PFAS sono tra gli inquinanti più difficili da affrontare perché una volta entrati nell’ambiente possono rimanere a lungo nell’acqua e negli ecosistemi. Per questo, oltre a cercare di impedirne l’ingresso nel ciclo idrico, diventa fondamentale capire come intercettarli quando sono già presenti e separarli dall’acqua per poterli gestire e rimuovere più facilmente dall’ambiente.
È quello che sta facendo Acqua Novara.VCO, che al depuratore di Novara ha avviato la prima sperimentazione industriale in Italia della tecnologia SAFF®40, un sistema sviluppato in Australia che sfrutta un principio piuttosto particolare: invece di utilizzare un filtro tradizionale, usa l’aria per separare i PFAS dall’acqua e concentrarli in una schiuma, rendendo più semplice il successivo trattamento della frazione contaminata.
La novità arriva dopo una prima fase di test condotta al depuratore di Briga Novarese, conclusa a luglio. Ora la sperimentazione prosegue nell’impianto di Novara, in condizioni operative differenti, e i primi risultati complessivi sono attesi per novembre 2026.
La sperimentazione tecnologica è solo una parte della strategia messa in campo da Acqua Novara.VCO. Il gestore del servizio idrico sta infatti portando avanti da anni un’attività di monitoraggio per capire da dove arrivano i PFAS e attraverso quali percorsi raggiungono il sistema idrico. L’obiettivo è intervenire il più possibile prima che queste sostanze arrivino alle reti fognarie.
Nel 2025 sono stati analizzati campioni provenienti dalle acque destinate al consumo umano, dai reflui dei depuratori e dagli scarichi industriali. I controlli hanno coinvolto 21 impianti di depurazione e 120 stabilimenti industriali, permettendo di costruire una base di dati utile a ricostruire i flussi e individuare le possibili fonti di contaminazione.
È un passaggio importante perché i normali impianti di depurazione non sono progettati per eliminare i PFAS. Intervenire alla fonte, quindi, resta la prima linea di difesa.
Ma cosa succede quando queste sostanze sono già finite nelle acque reflue? È qui che entra in gioco SAFF®40.
La tecnologia australiana che usa le bolle per catturare i PFAS
@Acqua Novara.VCO/ Canva
SAFF significa Surface Active Foam Fractionation, cioè frazionamento mediante schiuma superficiale. Il principio è più semplice di quanto possa sembrare. I PFAS possiedono caratteristiche che permettono loro di concentrarsi all’interfaccia tra acqua e aria. Il sistema sfrutta proprio questo comportamento.
All’interno dell’impianto l’acqua contaminata viene sottoposta a un processo di aerazione: l’aria forma una grande quantità di bolle che risalgono attraverso l’acqua. Durante questo percorso, le molecole di PFAS tendono ad aderire alla superficie delle bolle.
Le bolle arrivano quindi nella parte superiore dell’impianto, dove formano una schiuma sempre più ricca di PFAS.
A questo punto avviene la separazione: l’acqua, che ha perso una parte dei contaminanti, prosegue il trattamento mentre la schiuma contenente i PFAS viene raccolta separatamente.
Il principio della foam fractionation è riconosciuto come una tecnica fisica di separazione: le sostanze che tendono a concentrarsi sulla superficie delle bolle vengono portate verso l’alto e raccolte nella schiuma.
Attenzione, però, non parliamo di una macchina che “distrugge” i PFAS. Il suo compito è separarli dall’acqua e concentrarli in un volume molto più piccolo. Il vantaggio è che, invece di avere contaminanti dispersi in un grande volume d’acqua, si ottiene un flusso molto più concentrato che può essere successivamente gestito con trattamenti specifici. La gestione della parte concentrata resta quindi un elemento fondamentale dell’intero processo.
Il sistema utilizzato a Novara non è poi, come si potrebbe pensare, un semplice dispositivo da laboratorio. Il SAFF®40 è una soluzione industriale alloggiata all’interno di un container da 40 piedi ed è progettata per trattare portate importanti. Secondo le specifiche del produttore, può arrivare a trattare fino a 40 metri cubi d’acqua all’ora, a seconda delle caratteristiche dell’acqua e delle condizioni operative.
Il sistema comprende più stadi di frazionamento, proprio per permettere di passare dalla prima separazione alla successiva concentrazione dei contaminanti. Ed è questo uno degli aspetti che la sperimentazione italiana dovrà verificare sul campo: come si comporta la tecnologia quando non si lavora su un’acqua con caratteristiche controllate, ma sui reflui reali di un impianto di depurazione.
Perché la sperimentazione di Novara è importante
La tecnologia SAFF è già stata utilizzata in diversi Paesi e il produttore riporta applicazioni in numerosi siti internazionali. Ma il passaggio a un impianto italiano di depurazione serve soprattutto a raccogliere dati in condizioni concrete. La sperimentazione punta quindi a verificare prestazioni ed efficienza dell’impianto in condizioni operative reali.
Non si tratta quindi soltanto di dimostrare che il principio funziona. Il vero obiettivo è capire quanto funziona in un depuratore italiano, su quali PFAS è più efficace, con quali condizioni operative e quale gestione richiede il contaminante concentrato.
I risultati definitivi saranno disponibili a novembre ma al momento il produttore indica per SAFF la possibilità di prestazioni elevate su diverse tipologie di PFAS e, in determinati contesti, percentuali di rimozione che possono arrivare a valori molto elevati. Anche alcuni studi e applicazioni sul campo hanno mostrato riduzioni prossime o superiori al 99% per specifici composti.
Ma non significa che il 99% sia automaticamente il risultato ottenuto a Novara. La resa dipende infatti dalla composizione dell’acqua, dalla concentrazione iniziale e dal tipo di PFAS presenti. Inoltre, la letteratura tecnica evidenzia che la foam fractionation può essere meno efficace nei confronti di alcuni PFAS a catena corta, che possono richiedere ulteriori trattamenti.
La vera sfida resta comunque alla fonte
C’è infine un aspetto che rischia di passare in secondo piano quando si parla di nuove tecnologie: nessun impianto può sostituire la prevenzione. Se i PFAS vengono utilizzati e rilasciati nei cicli produttivi, prima o poi possono raggiungere l’ambiente e il sistema idrico. Intercettarli successivamente è molto più complesso che evitare, quando possibile, che entrino nel ciclo dell’acqua.
È proprio per questo che Acqua Novara.VCO sta portando avanti contemporaneamente il monitoraggio delle acque e degli scarichi industriali, il confronto con le imprese e la sperimentazione del SAFF®40.
La sperimentazione di Novara, dunque, non rappresenta ancora la soluzione definitiva ai PFAS. È piuttosto un nuovo tassello nella ricerca di sistemi capaci di intercettare questi contaminanti quando sono già presenti nelle acque.
Fonte: Acqua Novara.VCO / EPOC Enviro – SAFF®40