menu
menu
Animali

Così l’uomo ha plasmato gli orsi bruni dell’Appennino: meno aggressivi, ma più a rischio e vulnerabili

Rebecca Manzi
30/12/2025 13:05:00

Nel paesaggio montano dell’Italia centrale vive una popolazione di orsi che sta attirando l’attenzione della comunità scientifica. L’orso bruno degli Appennini non è solo una variante geografica, ma il risultato di una evoluzione guidata dalla convivenza con l’uomo. Un recente studio genetico mostra come secoli di pressione antropica abbiano contribuito a modellarne corpo e comportamento, dando origine a un animale più piccolo, più prudente e sorprendentemente meno aggressivo.

Isolamento e adattamento nel tempo

Questa sottospecie, presente esclusivamente negli Appennini, è rimasta isolata geneticamente per migliaia di anni. La separazione dagli altri orsi europei risale a un periodo compreso tra duemila e tremila anni fa, con un distacco definitivo consolidato già in epoca romana. Nel frattempo, il territorio si è trasformato: deforestazione, agricoltura e insediamenti umani hanno ridotto e frammentato l’habitat naturale, costringendo gli orsi ad adattarsi a un ambiente sempre più condiviso con le persone.

Analizzando il genoma completo di più individui, i ricercatori hanno confrontato questi dati con quelli di orsi provenienti da altre aree d’Europa e dal Nord America. È emerso un quadro chiaro: la popolazione appenninica mostra bassa diversità genetica e consanguineità elevata, una conseguenza tipica dei piccoli numeri. Tuttavia, accanto a questi limiti, sono state individuate firme selettive legate a geni che influenzano il comportamento.

Meno aggressività come strategia di sopravvivenza

Il dato più sorprendente riguarda proprio il temperamento. Gli orsi degli Appennini risultano meno inclini all’aggressività rispetto ai loro simili di altre regioni. La spiegazione è evolutiva: gli individui più audaci e conflittuali, nel corso del tempo, hanno avuto maggiori probabilità di entrare in collisione con l’uomo e di essere uccisi. Questo processo ha favorito la sopravvivenza di orsi più cauti, capaci di evitare il conflitto in un ambiente dominato dalle attività umane.

I rischi nascosti dell’isolamento

Se da un lato questa evoluzione ha facilitato la coesistenza, dall’altro l’isolamento comporta rischi seri. La ridotta variabilità genetica rende la popolazione più vulnerabile a malattie, cambiamenti ambientali e crisi improvvise. L’evoluzione verso corpi più piccoli e tratti distintivi riflette un delicato equilibrio tra risorse limitate, deriva genetica e selezione naturale.

Questi risultati pongono interrogativi cruciali sulla gestione faunistica. Interventi come il salvataggio genetico o le reintroduzioni devono essere pianificati con attenzione: introdurre nuovi individui potrebbe aumentare la diversità, ma anche diluire quei tratti comportamentali che hanno reso possibile la convivenza. L’obiettivo non è solo salvare l’orso, ma preservare una popolazione compatibile con il contesto umano.

Fonte: Molecular Biology and Evolution

Ti potrebbe interessare anche: 

Articolo di Green Me