Nel mare del Nord, lontano dalla costa e dagli sguardi, sta succedendo qualcosa che vale la pena raccontare senza slogan e senza toni trionfalistici. Nessuna rivoluzione annunciata, nessun miracolo improvviso. Solo un cambiamento lento, silenzioso, quasi invisibile, che riguarda le turbine eoliche offshore e ciò che accade sotto di esse.
Per decenni queste aree sono state considerate poco più che spazi tecnici: fondali stabili, profondità adeguata, distanza sufficiente dalla terraferma. Tutto pensato per resistere, nulla per accogliere. Il mare, lì sotto, era piatto, povero di appigli, senza rifugi. Un luogo funzionale, ma sostanzialmente vuoto.
Le cose iniziano a cambiare quando, attorno alle fondamenta delle turbine del progetto OranjeWind, compaiono nuove forme sul fondale. Sono strutture solide, pesanti, che a prima vista sembrano nate solo per esigenze ingegneristiche. E invece no. Quelle forme irregolari, quelle cavità, quelle superfici ruvide fanno qualcosa di diverso: rompono la monotonia del fondale.
L’acqua rallenta, si creano zone più calme. Dove prima non c’era nulla a cui aggrapparsi, ora compaiono superfici. Ed è lì che la natura, come spesso accade, non aspetta inviti.
I primi ad arrivare sono gli organismi più piccoli. Si fissano, crescono, preparano il terreno. Poi arrivano pesci, molluschi, ostriche. Il fondale comincia a cambiare consistenza, i sedimenti si stabilizzano, l’acqua migliora. Non succede tutto insieme, ma succede. E quando succede, lo spazio che per anni è stato ignorato torna lentamente a vivere.
Non solo energia: cosa succede sotto le turbine del progetto OranjeWind
©OranjeWind
Quello che sta avvenendo riguarda il progetto OranjeWind, sviluppato nel mare del Nord da RWE e TotalEnergies, al largo dei Paesi Bassi. Intorno alle turbine sono state posizionate strutture chiamate Reef Cubes, pensate non solo per convivere con l’infrastruttura energetica, ma per trasformare il fondale in un habitat.
Non parliamo di decorazioni o di operazioni simboliche. Questi elementi restano sul fondo per tutta la vita del parco eolico e, messi insieme, creano oltre 1.400 metri quadrati di potenziale spazio vitale in un’area che prima ne era quasi del tutto priva.
Sopra la superficie, le turbine fanno quello che ci aspettiamo: producono energia rinnovabile. Sotto, senza rumore e senza proclami, fanno qualcosa di meno scontato. Offrono una seconda possibilità al mare.
Un’idea semplice che cambia il modo di guardare l’eolico offshore
Il punto non è dire che le turbine “salvano” gli oceani. Sarebbe falso e inutile. Il punto è un altro, più interessante: dimostrano che l’energia pulita può essere progettata meglio, pensando anche a ciò che accade sotto la linea dell’acqua.
Nel mare del Nord, uno degli spazi più sfruttati d’Europa, l’eolico offshore sta mostrando che ridurre le emissioni non è l’unico obiettivo possibile. A volte, se si cambia approccio, si può anche restituire qualcosa agli ecosistemi. Senza clamore. Senza retorica. Ma con effetti reali.
Fonte: OranjeWind
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