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Salute

Xylella, i numeri che non tornano: perché continuiamo ad abbattere anche ulivi sani?

Ilaria Rosella Pagliaro
25/01/2026 15:08:00

C’è una parola che, in Puglia, è diventata quasi un interruttore emotivo: xylella. La pronunci e la conversazione cambia tono. Per anni il racconto dominante è stato semplice, forse troppo: disseccamento uguale batterio, batterio uguale abbattimenti, abbattimenti uguale “non c’è alternativa”. Solo che la scienza raramente consegna favole lineari.

Uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista scientifica Agriculture riapre una questione che in Puglia è tutt’altro che teorica: ha senso continuare ad abbattere anche alberi sani solo perché si trovano nel raggio di cinquanta metri da una pianta positiva, quando i numeri raccontano una realtà molto più sfumata?

Una presenza di xylella molto più bassa di quanto si creda

Il lavoro parte dai dati raccolti nelle aree sottoposte a monitoraggio fitosanitario, quelle dove i controlli sono sistematici e su larga scala. Non osservazioni sporadiche, ma campagne che ogni anno coinvolgono decine di migliaia di ulivi. Ed è proprio qui che emerge il primo elemento di discontinuità.

Tra il 2020 e il 2022, la percentuale complessiva di alberi risultati positivi a xylella nelle aree di contenimento e nelle zone cuscinetto è stata inferiore all’1%, con valori che in alcuni casi scendono fino allo 0,06%. Numeri che colpiscono, soprattutto se messi a confronto con la quantità di piante che, pur mostrando sintomi di disseccamento, non risultano positive al batterio.

In epidemiologia, una correlazione così bassa obbliga a fermarsi. Non per negare l’esistenza del problema, ma per evitare di attribuire a un solo fattore un fenomeno che, nei fatti, appare più complesso. Se la maggior parte degli ulivi che si seccano non ospita il batterio, allora la domanda diventa inevitabile: cos’altro sta contribuendo al collasso degli alberi?

Il disseccamento non è una malattia unica ma una sindrome complessa

Lo studio insiste su un punto spesso dimenticato nel dibattito pubblico: si parla di sindrome del disseccamento rapido dell’olivo, non di una malattia a causa unica. E una sindrome, per definizione, nasce dall’interazione di più fattori.

Accanto a xylella, nelle aree colpite sono stati isolati con frequenza funghi fitopatogeni aggressivi, capaci di produrre sintomi molto simili e, in alcuni casi, di portare al collasso dell’albero in tempi molto più rapidi. A questo si sommano elementi ambientali tutt’altro che marginali: siccità prolungata, temperature estive elevate, piogge improvvise, gestione agronomica discontinua e decenni di uso intensivo di erbicidi che hanno impoverito il suolo.

Il risultato è un sistema fragile, dove l’albero entra in stress e diventa più vulnerabile a tutto. In questo quadro, ridurre l’intera crisi a un solo patogeno rischia di essere non solo scientificamente scorretto, ma anche inefficace sul piano pratico.

La regola dei 50 metri è il punto più critico

Il cuore più delicato dello studio riguarda la cosiddetta regola dei 50 metri, che impone l’abbattimento di tutte le piante ospiti intorno a un ulivo positivo, indipendentemente dal fatto che risultino sane. Una misura pensata per bloccare la diffusione, ma che, alla luce dei dati più recenti, viene messa in discussione.

Secondo l’analisi epidemiologica citata nel lavoro, gli alberi asintomatici hanno una capacità di diffusione del batterio molto bassa, se non trascurabile. Nelle zone cuscinetto, spesso, gli alberi intorno a una pianta positiva non mostrano sintomi e, dopo i test, risultano negativi. Eppure vengono eliminati lo stesso.

La proposta avanzata è semplice, almeno sulla carta: testare prima e abbattere solo le piante effettivamente positive, lasciando in piedi quelle sane, anche se si trovano nel raggio dei cinquanta metri. Una scelta che non elimina il rischio, ma evita di distruggere inutilmente alberi che non rappresentano una minaccia reale.

Lo studio ricorda anche un dettaglio che pesa più di molte teorie: alcuni ulivi risultati positivi anni fa, ma non abbattuti per contenziosi legali, sono ancora vivi e senza sintomi, così come lo sono gli alberi circostanti. Un fatto che, almeno, merita di essere osservato senza pregiudizi.

Controllare il vettore e ridurre la carica batterica

Se il batterio si muove grazie a un insetto vettore, la strategia più efficace non è inseguire gli alberi sani, ma ridurre la presenza del vettore stesso. Lo studio sottolinea come il controllo delle fasi iniziali del ciclo dell’insetto, uova e forme giovanili, sia molto più efficace rispetto agli interventi tardivi sugli adulti.

Parallelamente, vengono riportate evidenze su trattamenti in grado di ridurre la carica batterica nella chioma, permettendo agli alberi di continuare a produrre. Non si parla di “cura miracolosa”, ma di gestione agronomica e fitosanitaria finalizzata a contenere il problema, non a cancellarlo con la motosega.

Distruggere alberi sani non è una strategia

Il punto forse più onesto dello studio è anche il più difficile da accettare: ridurre il rischio a zero non è realistico. Il vettore può spostarsi anche a lunga distanza e il batterio può trovare ospitalità in piante diverse dall’olivo. Questo significa che focolai isolati continueranno probabilmente a comparire, anche fuori dalle aree già delimitate.

In questo scenario, continuare con abbattimenti automatici e indiscriminati rischia di trasformarsi in una strategia permanente di distruzione, senza un reale aumento della sicurezza. Lo studio non propone scorciatoie, ma invita a cambiare approccio, basandosi sui dati più aggiornati e su una gestione più mirata.

Guardare i numeri, in questo caso, non significa minimizzare il problema. Significa evitare che, nel tentativo di controllarlo, si continui a perdere alberi sani, paesaggio e credibilità scientifica.

Fonte: Agriculture

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Articolo di Green Me