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Genitorialità

Traumi di famiglia e figli: cosa insegna la serie Wayward di Netflix (e cosa dice la psicologia)

Ilaria Rosella Pagliaro
05/10/2025 19:37:00

Wayward, serie disponibile su Netflix, parte da un’idea inquietante e affascinante: cosa succede se per “curare” un adolescente bisogna recidere il legame con la famiglia e riscrivere da zero la sua storia emotiva? Attenzione: niente spoiler sulla trama, ma è utile sapere che la serie, pur mantenendo un tono da thriller psicologico, apre riflessioni molto attuali e reali su cosa significhi educare, amare e crescere in un mondo che promette scorciatoie emotive.

Non è solo fiction: dietro la narrazione si nasconde una domanda concreta che riguarda genitori, educatori e chiunque si relazioni con l’infanzia e l’adolescenza. Cosa vuol dire davvero prendersi cura di un figlio? E dove finisce l’amore, quando inizia il controllo?

Cura o controllo? La linea sottile che Wayward esaspera

Nella serie, i genitori consegnano i figli a un’istituzione “salvifica”. Nella vita reale accade in piccolo: pressioni scolastiche, aspettative di successo, ricatti emotivi mascherati da buone intenzioni (“lo faccio per il tuo bene”). La psicologia distingue tra confini (regole chiare, negoziate, coerenti) e controllo (ingerenza sui pensieri e sui sentimenti del figlio). I confini sostengono l’autonomia; il controllo la frena.
Tradotto: non è “non dire mai di no”; è dire no in modo chiaro e rispettoso, spiegando i perché e accettando che i ragazzi provino emozioni spiacevoli senza ridicolizzarle o zittirle.

“È meglio spegnere i sentimenti?”

Wayward mette in scena il desiderio universale di non soffrire. Ma sopprimere non è regolare. La soppressione emotiva (nei genitori e nei figli) raffredda la relazione: meno calore, meno sintonizzazione, più fraintendimenti. La regolazione emotiva, invece, è riconoscere ciò che sento, dargli un nome, tollerarlo, usarlo per decidere.

Nella pratica familiare: “Sono arrabbiato” non equivale a “urlo e spacco tutto”, ma nemmeno a “non sento niente”. È: “capisco la mia rabbia, la dico, scelgo cosa farci”.

Non sono solo i genitori: contano anche i legami tra adulti

I figli non assorbono solo come ci rivolgiamo a loro, ma come ci trattiamo tra noi. Il conflitto di coppia cronicamente distruttivo (urla, offese, gelo ostinato) erode la sicurezza emotiva di bambini e adolescenti. Non serve essere perfetti: serve riparare — scusarsi, spiegare, mostrare come si rimedia a uno strappo. È così che i ragazzi imparano che i legami possono rompersi e ricucirsi senza annullare nessuno.

Il trauma che viaggia: ciò che non elaboriamo tende a ripetersi

Qui Wayward diventa metafora: l’idea di “tagliare il passato” risuona perché i pesi di famiglia spesso si tramandano. Oggi abbiamo anche indizi biologici. Uno studio pubblicato su Scientific Reports (2025) — Mulligan et al., “Epigenetic signatures of intergenerational exposure to violence in three generations of Syrian refugees” — ha rilevato 35 siti di metilazione del DNA associati all’esposizione diretta o “germinale” alla violenza e segnali di accelerazione dell’età epigenetica nei bambini esposti in utero.

In parole semplici: il corpo “registra” le esperienze di violenza, e parte di queste tracce può emergere anche nelle generazioni successive. Attenzione, non è un destino: è un segnale di vulnerabilità che chiede prevenzione, sostegno, nutrizione, ambiente, contesti sicuri. Ma ci dice una cosa cruciale: i vissuti contano, e non solo nel qui-e-ora.  La morale non è “siamo rovinati”: è “abbiamo nuovi motivi per intervenire presto e meglio”.

Cosa non dice la serie (e che vale la pena aggiungere)

Come appena detto, Wayward suggerisce di tagliare i legami per guarire. Nella realtà, il lavoro efficace raramente passa dallo strappo netto. Spesso è l’opposto: rinominare la storia familiare, chiarire limiti e ruoli, fare spazio al non detto, “riscrivere” le abitudini tossiche senza riscrivere i fatti o negare le emozioni. La crescita non è cancellazione, è integrazione.

Ambiguità utile: genitori carnefici o vittime del sistema?

Tall Pines proclama i genitori come “la radice del dolore”. È un’idea che seduce perché semplice. Ma la serie stessa mostra che questa tesi diventa un dispositivo di potere: isolare i ragazzi, creare dipendenza dalla comunità, spegnere il dubbio critico. Nella vita reale, la responsabilità è più distribuita: famiglia, scuola, servizi, media, reti sociali.

Nessuno basta da solo; tutti possono fare danni se promettono scorciatoie. La vera alternativa non è “tagliare i genitori”, ma cambiare le dinamiche: meno controllo, più confini; meno segreto, più parola; meno performance, più rapporto.

Come si traduce in scelte quotidiane (senza bacchette magiche)

Domande scomode che vale la pena porsi (come genitori, come figli)

Perché Wayward ci resta addosso (anche se è finzione)

Perché non offre colpevoli comodi. Mostra due estremi ugualmente pericolosi: amore che soffoca e “cura” che manipola. Nel mezzo ci siamo noi, adulti imperfetti, chiamati a un compito difficile: sopportare le emozioni — nostre e dei ragazzi — senza spegnerle, e costruire legami che reggono anche quando fanno male.

Wayward non chiede di scegliere un colpevole: ci chiede di cambiare pratiche. Controllare non è proteggere. Zittire non è guarire. Tagliare non è crescere. La domanda che resta è semplice e impegnativa: siamo disposti ad ascoltare davvero — loro e noi — senza mettere il silenziatore alle emozioni?

La serie non offre soluzioni comode. Mostra quanto l’amore possa diventare soffocante e quanto la “cura” possa trasformarsi in manipolazione. Ma soprattutto ci mette davanti a una sfida: sopportare le emozioni, anche quelle scomode, senza spegnerle.

E ci ricorda una cosa importante: non siamo soli, ma nessuno può salvarci al posto nostro.

Fonte: Nature

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Articolo di Green Me