Nelle aule svedesi il rumore che il governo vuole riportare in primo piano somiglia a quello di qualche decennio fa: pagine sfogliate, matite che graffiano il foglio, penne strette male nelle mani dei bambini. Dal 2023 Stoccolma ha scelto una linea molto chiara: nelle prime classi tornano al centro lettura, scrittura e aritmetica, con carta e penna al posto del riflesso continuo dei display. Dentro questa correzione di rotta entrano il ritorno dei libri fisici, la scrittura a mano, l’idea di scuole senza cellulari durante l’intera giornata, i test nazionali di primaria riportati in formato analogico e una stretta anche negli asili, dove per i più piccoli vengono privilegiati strumenti tradizionali.
La parte economica rende la svolta ancora più concreta. Per i manuali e le guide ai docenti il governo svedese ha stanziato nel 2023 685 milioni di corone, cioè poco più di 63 milioni di euro ai cambi di metà aprile 2026. La linea ufficiale punta a un libro di testo cartaceo per ogni studente e per ogni materia. A quel fondo si sono aggiunti 176 milioni di corone nel 2024 per narrativa e saggistica nelle scuole e nelle scuole dell’infanzia, poi 480 milioni nel 2025. Nel frattempo sono arrivati altri soldi per biblioteche scolastiche con personale dedicato e per rendere operativa la futura stretta sui telefoni. In un Paese da poco più di dieci milioni e mezzo di abitanti, cifre del genere hanno un peso politico molto visibile.
La svolta svedese nasce da una correzione di rotta lunga anni
La ragione della marcia indietro sta dentro un malessere che in Svezia si trascina da tempo. La ricercatrice Linda Fälth, che lavora sulla formazione degli insegnanti alla Linnaeus University, ha spiegato che il reinvestimento nei testi fisici e la riduzione dell’enfasi sui device sono arrivati dopo dubbi crescenti sulla solidità scientifica della digitalizzazione scolastica. Intorno a quel dubbio si è allargato un riesame culturale più ampio: tempo-schermo, distrazione, perdita della lettura profonda, difficoltà a mantenere l’attenzione, scrittura a mano sempre più fragile. L’idea che sta sotto la riforma è lineare: le competenze di base vanno consolidate presto, e i libri fisici vengono percepiti come un supporto più adatto a farlo.
I risultati scolastici hanno fatto da acceleratore. Nei dati PISA 2022 la Svezia ha perso terreno rispetto al 2018 in matematica e lettura, tornando vicino ai livelli del 2012, che per quei due ambiti erano i più bassi osservati. La relazione precisa tra digitalizzazione e calo degli apprendimenti resta difficile da isolare, però una parte della ricerca continua a vedere nella lettura su carta un vantaggio, soprattutto davanti ai testi espositivi, quelli che spiegano, descrivono, organizzano informazioni e chiedono uno sforzo cognitivo più disciplinato rispetto ai testi narrativi. Allo stesso tempo l’OCSE, nel rapporto diagnostico pubblicato nel 2026 su richiesta del governo svedese, disegna un quadro meno ideologico e più spigoloso: in Svezia gli studenti usano risorse digitali per apprendere più dei coetanei di molti altri Paesi OCSE; un uso moderato può associarsi a risultati migliori, mentre abuso, uso improprio e consumo intenso per svago in orario scolastico si legano a esiti peggiori. La linea svedese, insomma, somiglia a una delimitazione più severa dei tempi e delle età d’uso, molto più che a una cacciata totale del digitale.
Il governo, del resto, lo dice apertamente: gli strumenti digitali trovano posto quando aiutano davvero l’apprendimento, e la competenza digitale resta un obiettivo, soprattutto nelle classi più alte. La differenza sta nell’ordine delle priorità. Prima arrivano lettura solida, scrittura leggibile, concentrazione, calcolo. Dopo arriva il resto. È una sequenza che sembra elementare, eppure in molti sistemi scolastici era stata ribaltata con una sicurezza quasi automatica.
Negli Stati Uniti la traiettoria corre in senso opposto
Negli Stati Uniti il paesaggio resta molto diverso. Un sondaggio dell’EdWeek Research Center mostrava che già a marzo 2021 il 90% dei dirigenti di distretto forniva un device a ogni studente delle medie e delle superiori, mentre alle elementari la quota superava l’80%. Il movimento viene da lontano: già dagli anni Ottanta l’industria tecnologica ha spinto la scuola verso il computer come simbolo di modernizzazione; poi internet, laptop, tablet e piattaforme hanno ridisegnato il modo di stare in classe. Una parte del mondo educativo continua a vedere vantaggi reali in questo percorso: lezioni più interattive, materiali più accessibili, percorsi più personalizzati.
Adesso sul banco bussa un’altra promessa ancora, quella dell’AI literacy. Google ha appena lanciato un programma per offrire formazione gratuita sull’uso dell’intelligenza artificiale a 6 milioni di educatori statunitensi. OpenAI ha presentato un’iniziativa rivolta a governi e sistemi educativi per portare strumenti, ricerca e training sull’IA dentro scuole e università. Microsoft, in una testimonianza al Congresso americano, ha indicato l’alfabetizzazione all’IA come uno dei fronti su cui gli insegnanti chiedono più supporto. Nel frattempo il cambiamento è già entrato nella vita quotidiana degli studenti: secondo Pew, il 54% degli adolescenti americani ha usato chatbot AI per farsi aiutare con i compiti.
Qui il contrasto con la Svezia diventa quasi fisico. Un altro sondaggio di EdWeek segnalava che il 30% degli educatori vede gli studenti passare almeno metà del tempo di lettura in classe davanti a uno schermo. La letteratura scientifica, intanto, continua a segnalare criticità: la lettura digitale può richiedere più sforzo mentale, specie nei più giovani, e un uso pesante dei dispositivi viene associato a comprensione più debole, memoria meno stabile e affaticamento visivo. Durante la pandemia, con la didattica online trasformata in routine, queste crepe sono diventate molto più visibili. Una consulente americana per la literacy ha riassunto la questione in modo secco: la tecnologia serve come attrezzo, il lavoro dell’insegnare resta altrove.
Nel dibattito americano i toni si sono fatti duri. Jonathan Haidt ha descritto la scelta di riempire i banchi di computer e tablet come una delle decisioni più costose che la scuola abbia preso nella sua storia recente. Bloomberg ha stimato in circa 30 miliardi di dollari la spesa USA del 2024 per tecnologia educativa, circa dieci volte i libri di testo. Jared Cooney Horvath, neuroscienziato e docente, ha scritto al Senato che negli ultimi due decenni lo sviluppo cognitivo dei ragazzi, in molti Paesi sviluppati, si è fermato e in diversi ambiti ha invertito la rotta; nella stessa audizione ha sostenuto che i device occupano ormai una quota enorme di attenzione, istruzione e compiti.
Su questo terreno pesa anche il denaro. Naomi Baron, linguista americana, osserva che negli Stati Uniti gli editori hanno spinto forte verso il digitale per ragioni economiche e che molti educatori conoscono poco la mole di studi già disponibile sul confronto tra carta e schermo. Intanto alcuni gruppi di genitori stanno imparando a fare opt-out dai laptop scolastici e a riportare i figli verso libri, quaderni, matita e penna. I docenti, poi, guardano con crescente cautela all’abuso dell’IA.
La sensazione diffusa è che il tema non riguardi più l’innovazione in astratto. Riguarda il dosaggio, il ritmo, l’età giusta, il confine tra supporto e invasione. Per anni la scuola svedese era stata raccontata come un’avanguardia digitale. Adesso la sua correzione di rotta pesa molto oltre i confini nordici, perché tocca una domanda semplice e terribilmente concreta: quanta tecnologia regge davvero l’apprendimento di base?
Fonte: Undark
Ti potrebbe interessare anche:
- Questa scuola ha trasformato la foresta in un’aula a cielo aperto (ed è stata premiata dall’UNESCO)
- In Danimarca dal 1993 l’empatia si studia ogni settimana come materia scolastica (e i risultati sono clamorosi)
- In questa scuola media di Bologna l’intervallo torna analogico: niente smartphone, ma lettori Mp3, CD e vecchi videogiochi