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Salute

L'inquinamento atmosferico influisce sulla tosse

Ilaria Rosella Pagliaro
16/09/2026 20:30:00

Il telefono resta sul comodino mentre dormi e, senza bisogno di svegliarti per compilare questionari, conta i colpi di tosse. Mettendo insieme quelli registrati da decine di migliaia di utenti, i ricercatori hanno trovato un segnale piuttosto netto: quando durante il giorno aumentano le concentrazioni di PM2,5, durante la notte cresce anche la frequenza della tosse.

È il risultato di uno studio pubblicato su Communications Health, condotto da ricercatori dell’Università di Cambridge, della Tsinghua University, di Sleep Cycle e, per l’Italia, dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. L’analisi ha attraversato 32 città in 12 Paesi, comprese Milano, Roma, Firenze, Bergamo e Monza, seguendo circa 500 giorni tra ottobre 2023 e aprile 2025.

Il dato più immediato arriva dalla meta-analisi delle singole città: per ogni aumento di 10 microgrammi per metro cubo di PM2,5, la frequenza della tosse notturna risultava mediamente più alta del 2,4%. L’associazione compariva anche a concentrazioni relativamente basse e rimaneva visibile dopo aver tenuto conto di temperatura, precipitazioni e andamento dell’influenza.

La tosse aumentava anche quando il PM2,5 restava su livelli relativamente bassi

Le PM2,5 sono particelle con diametro inferiore a 2,5 micrometri, abbastanza piccole da penetrare profondamente nell’apparato respiratorio. Per capire quanto pesassero sulle notti degli utenti, gli autori hanno incrociato i dati dell’app con le concentrazioni giornaliere rilevate dalle reti di monitoraggio e raccolte attraverso OpenAQ.

L’algoritmo identificava i colpi di tosse nelle registrazioni notturne e li trasformava in una frequenza per ora di sonno registrata. Il conteggio avveniva sui dispositivi; ai ricercatori arrivavano dati anonimizzati e aggregati per città e giorno, senza registrazioni vocali individuali. Due degli autori sono dipendenti di Sleep Cycle, la società che ha fornito i dati dell’app, circostanza dichiarata nello studio tra i conflitti di interesse.

Nel modello che considera soltanto l’esposizione dello stesso giorno, un aumento di 10 µg/m³ di PM2,5 era associato a circa l’1,2% di tosse notturna in più. Quando gli autori hanno considerato anche gli effetti distribuiti nei cinque giorni successivi, l’aumento cumulativo arrivava al 2,4%. Il giorno immediatamente successivo all’esposizione mostrava il segnale più marcato.

La curva, soprattutto, non disegnava un confine rassicurante sotto il quale il particolato smetteva improvvisamente di farsi sentire. L’associazione compariva anche sotto i 15 µg/m³, il valore guida dell’Organizzazione mondiale della sanità per la concentrazione media di PM2,5 nelle 24 ore. Quel numero, però, non è mai stato concepito come una frontiera magica tra aria innocua e aria dannosa: la stessa OMS spiega nelle sue linee guida sulla qualità dell’aria che gli effetti sulla salute sono stati osservati anche a basse concentrazioni e raccomanda di ridurre l’esposizione quanto più possibile.

Da Milano a Firenze, anche cinque città italiane sono finite nel grande “microfono” dello studio

Nel campione internazionale ci sono Milano, Roma, Firenze, Bergamo e Monza. L’Italia compare anche tra le istituzioni coinvolte attraverso Marco Montagna, medico e ricercatore dell’Università Vita-Salute San Raffaele.

I risultati città per città, però, non viaggiano tutti alla stessa velocità. Lo studio registra una forte eterogeneità tra i 32 centri urbani: alcune città mostrano associazioni più nette, altre molto più deboli. Complessivamente, 14 città presentavano stime del rischio relativo superiori a 1 nell’analisi principale, mentre durante i periodi con bassa circolazione influenzale relazioni positive comparivano in 23 città. Una media globale utile per vedere il segnale, quindi, non rende le città intercambiabili.

Ed è un dettaglio importante anche per leggere correttamente quel “+2,4%”. Gli autori hanno lavorato su dati aggregati a livello urbano: conoscevano la frequenza complessiva della tosse registrata in una città e la concentrazione media esterna di PM2,5 nello stesso periodo. Non sapevano quanta aria inquinata avesse realmente respirato ogni singolo utente, dove avesse trascorso la giornata o se avesse altre condizioni capaci di provocare tosse.

Lo studio, dunque, identifica un’associazione su scala di popolazione. Non permette di concludere che quel particolare colpo di tosse alle tre del mattino sia stato provocato dal particolato respirato nel pomeriggio. E c’è un’altra distinzione necessaria: non sono stati misurati i risvegli né la qualità del sonno. La tosse è stata registrata durante la notte; stabilire quanto abbia effettivamente disturbato il riposo richiede altri dati.

Durante gli incendi di Los Angeles il segnale è diventato molto più forte

Gli incendi che hanno colpito Los Angeles nel gennaio 2025 hanno offerto ai ricercatori una situazione estrema da osservare quasi in diretta. Durante l’episodio, forti aumenti del PM2,5 sono stati accompagnati da un aumento molto più pronunciato della tosse notturna: nel modello dedicato all’incendio, 10 µg/m³ in più erano associati a un incremento vicino al 9,9%.

Gli stessi autori invitano però a maneggiare questo risultato con cura. La frequenza della tosse aveva iniziato a oscillare già prima del picco più forte di particolato e potrebbero aver contribuito infezioni respiratorie o altre esposizioni ambientali non misurate. L’incendio rafforza quindi il segnale osservato nell’intero dataset, ma non funziona come una prova sperimentale di causalità.

Rimane un esperimento involontario enorme: milioni di ore di sonno trasformate in un sensore ambientale distribuito tra comodini di mezzo mondo. E mostra qualcosa di meno spettacolare, ma parecchio più difficile da ignorare: gli effetti dell’inquinamento atmosferico possono affacciarsi molto prima di un ricovero o di una diagnosi, attraverso sintomi piccoli e quotidiani che di solito spariscono dentro il rumore della città.

Cecilia Mascolo, che ha coordinato la ricerca, osserva che i dati sono compatibili con l’assenza di una soglia completamente priva di effetti, precisando però che lo studio resta osservazionale. Filtri per l’aria e mascherine nei giorni più inquinati possono ridurre l’esposizione individuale; la misura più efficace, su scala collettiva, resta quella meno tascabile: abbassare le concentrazioni di particolato nell’aria che respiriamo.

Articolo di Green Me