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Animali

Le rondini tornano sempre nello stesso nido, ma come fanno?

Marco Crisciotti
02/04/2026 16:34:00

Ogni primavera, puntuale come poche cose in natura, la rondine comune (Hirundo rustica) farà il suo ritorno, dal continente africano a quello europeo, e non in un punto generico, ma proprio in quel preciso cortile, su quella trave, in quel nido che aveva lasciato sei o sette mesi prima, a settembre. Dopo un viaggio di oltre 10.000 km attraverso il Sahara e il Mediterraneo. La domanda è come sia possibile.

Un sistema di navigazione che la scienza studia da decenni

Le rondini non si orientano a caso, né seguono semplicemente le correnti d’aria, visto che dispongono di un sistema di navigazione integrato che combina più meccanismi. Il principale è la magnetoricezione: nel becco e nelle orecchie sono presenti dei depositi di magnetite, un ossido di ferro che reagisce alle variazioni del campo magnetico terrestre. Nella retina, invece, sono presenti delle molecole di criptocromo 4, una proteina fotosensibile che consentirebbe all’uccello di percepire visivamente l’inclinazione rispetto al campo magnetico. A questi si aggiunge l’osservazione della posizione del sole e di altri punti di riferimento geografici lungo la rotta. Il risultato dei vari elementi ci riconsegna una vera e propria “bussola biologica” di rara precisione, capace di guidare un animale che pesa meno di 20 grammi attraverso deserti, mari e continenti fino ad un punto specifico su una parete.

Il viaggio: 10.000 km con una rotta a loop

Le rondini che nidificano in Italia trascorrono i mesi invernali nell’Africa subsahariana, spesso fino al bacino del Congo. Il viaggio di ritorno verso nord inizia tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo; gli uccelli arrivano in Italia nelle prime settimane di aprile.

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Uno studio italiano pubblicato su Movement Ecology che ha tracciato con geolocalizzatori 85 individui provenienti dalla Pianura Padana e dalla Svizzera meridionale, ha ricostruito le rotte in dettaglio: nella migrazione autunnale le rondini attraversano il Mediterraneo centrale, passando per Corsica e Sardegna, per poi attraversare il Sahara. Al ritorno primaverile seguono invece una rotta più occidentale, lungo la costa atlantica dell’Africa e la penisola iberica, prima di rientrare in Europa. Un percorso a loop in senso orario, più lungo nella fase di ritorno, quindi percorso ad una velocità maggiore.

Il costo invisibile del viaggio: stress e sopravvivenza

Dietro la precisione quasi “perfetta” della migrazione si nasconde un equilibrio fisiologico molto fragile. Studi sui livelli di corticosteroidi hanno mostrato che durante il viaggio le rondini sono sottoposte a uno stress elevato, necessario per sostenere lo sforzo energetico ma potenzialmente dannoso nel lungo periodo. Questo stress può influire direttamente sul successo riproduttivo, riducendo la probabilità che le uova si schiudano o che i piccoli sopravvivano. In altre parole, arrivare a destinazione non basta: bisogna arrivarci nelle condizioni giuste.

Il 40% torna nello stesso nido

Ritrovare l’Europa non basta, perché la rondine deve ritrovare il proprio nido, azione che compie con una frequenza che la ricerca ha quantificato: secondo uno studio su Scientific Reports – che ha analizzato 149 nidi in tre isole della Corea del Sud – circa il 40% degli individui torna ad utilizzare esattamente il nido dell’anno precedente, il quale verrà rinforzato con fango e paglia.

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La scelta non è casuale né sentimentale, si tratta di un mero un calcolo di efficienza: ricostruire un nido da zero richiederebbe diversi giorni di lavoro, pertanto, riutilizzarne uno già esistente libererà del tempo prezioso per l’accoppiamento, la cova e la cura dei pulcini. Il maschio arriva mediamente una settimana prima della femmina, si accaparra il nido migliore e comincia a cantare per attirare la compagna. La coppia, una volta formata, tende a restare stabile per tutta la vita, visto che le rondini sono sostanzialmente una specie monogama.

Il nido viene abbandonato solo in caso di infestazione da parassiti, come zecche e pulci, di danni strutturali gravi, o nel caso in cui la nidiata dell’anno precedente fosse andata male. In questi casi, solitamente la scelta ricade su un nido vicino, non su una destinazione casuale.

Perché vicino agli esseri umani

Lo stesso studio su Scientific Reports ha osservato un altro dato, oovero che il 96,6% dei nidi analizzati si trovava in edifici abitati, o comunque frequentati da persone. Il perche è presto detto: la presenza umana scoraggia i predatori — serpenti, roditori, rapaci notturni — ed aumenta il tasso di sopravvivenza delle nidiate. Le rondini hanno imparato, nel corso dell’evoluzione, a riconoscere negli esseri umani una forma di protezione passiva.

Il problema è che questo equilibrio si è rotto. L’agricoltura intensiva, la cementificazione e la rimozione dei nidi dagli edifici stanno riducendo drasticamente gli spazi disponibili. In molte città e campagne, le rondini trovano sempre meno luoghi adatti alla nidificazione.

Il cambiamento climatico sta alterando la migrazione

La proverbiale puntualità della rondine è oggi sotto pressione, perche l’aumento delle temperature globali ha già prodotto un anticipo misurabile del momento di arrivo in Europa, con alcune popolazioni che restano più a lungo e che durante l’inverno si spingono sempre meno a sud. Alcune, secondo la ricerca degli ultimi anni, svernano ormai in Portogallo invece di scendere sotto l’equatore.

Un simile accorciamento del tragitto porta con sé diverse conseguenze, tra cui meno insetti disponibili sulle rotte, risorse alimentari più concentrate e più competitive, e situazioni ancora poco studiate sulle dinamiche riproduttive. Un studio pubblicato su PLOS ONE ha documentato tali cambiamenti nelle tempistiche migratorie e i loro effetti sulle popolazioni europee di rondini.

Cosa possiamo fare davvero per proteggerle

Se le rondini continuano a tornare, è anche perché trovano ancora, qua e là, condizioni favorevoli. Ma non è più scontato. Proteggerle non richiede azioni straordinarie, ma scelte concrete e diffuse.

Lasciare i nidi intatti sotto tetti e balconi, evitare l’uso di pesticidi nei giardini, favorire la presenza di insetti e sostenere un’agricoltura più rispettosa della biodiversità sono interventi semplici ma cruciali. Anche piccoli gesti possono fare la differenza, soprattutto in un contesto in cui ogni habitat disponibile conta.

Non solo simbolo: un indicatore ambientale

Oggi la rondine non è più solo il simbolo della primavera. È un indicatore biologico preciso, che racconta lo stato di salute degli ecosistemi meglio di molti altri segnali. Se arriva prima, se resta più a lungo, se diminuisce di numero, significa che qualcosa sta cambiando in profondità.

E osservare il suo ritorno, anno dopo anno, non è più solo una tradizione: è un modo per capire quanto il nostro ambiente stia ancora funzionando.

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Articolo di Green Me