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Salute

Non solo palestra: anche musica, libri e musei rallentano l’invecchiamento al pari dell’esercizio fisico

Ilaria Rosella Pagliaro
24/05/2026 05:05:00

Ci sono abitudini che sembrano troppo leggere per entrare nel grande catalogo delle cose che “fanno bene”. Una passeggiata al museo, un concerto ascoltato davvero, qualche pagina letta senza il telefono che vibra accanto, una mostra infilata in una domenica qualunque. Roba da tempo libero, verrebbe da dire. Invece il corpo, a quanto pare, registra anche questo. E lo fa in un punto molto meno romantico di una sala piena di quadri: nel sangue, nel DNA, nei segni chimici che accompagnano l’età biologica.

Un nuovo studio condotto da ricercatrici e ricercatori dello University College London e pubblicato su Innovation in Aging ha analizzato i dati di 3.556 adulti nel Regno Unito, mettendo a confronto risposte sui comportamenti culturali e risultati di esami del sangue. L’obiettivo era capire se attività come leggere, ascoltare musica, visitare musei, frequentare gallerie o partecipare ad attività artistiche potessero avere un legame misurabile con il modo in cui il corpo invecchia. Il risultato va preso con la giusta prudenza, perché parliamo di associazioni osservate nei dati, però resta molto interessante: chi partecipava più spesso ad attività artistiche e culturali mostrava un ritmo di invecchiamento biologico più lento e, in alcuni indicatori, un’età biologica più giovane.

Il corpo tiene il conto

Per misurare questo effetto, il gruppo di ricerca ha usato sette “orologi epigenetici”, cioè strumenti che osservano cambiamenti chimici legati all’età, in particolare la metilazione del DNA. Sono modifiche che influenzano il funzionamento dei geni senza cambiare la sequenza genetica. Tradotto fuori dal laboratorio: il patrimonio genetico resta lo stesso, però il modo in cui alcune informazioni vengono lette e attivate può raccontare qualcosa sul passare del tempo nel corpo.

I dati più interessanti arrivano dagli orologi epigenetici più recenti, DunedinPoAm e DunedinPACE, pensati per stimare il ritmo dell’invecchiamento. Con DunedinPACE, partecipare ad attività artistiche almeno tre volte l’anno era associato a un invecchiamento più lento del 2%; farlo ogni mese arrivava al 3%; farlo almeno una volta a settimana al 4% rispetto a chi partecipava meno di tre volte l’anno. Una differenza simile a quella osservata tra chi faceva attività fisica almeno una volta a settimana e chi invece dichiarava di non farne.

Il confronto con l’esercizio fisico è la parte che colpisce di più, perché sposta l’arte fuori dalla cornice del passatempo elegante. Nello studio, l’impegno artistico e culturale appare vicino all’attività fisica per dimensione dell’effetto su alcuni indicatori epigenetici. In un altro test, chiamato PhenoAge, chi partecipava ad attività artistiche e culturali almeno una volta a settimana risultava in media un anno più giovane biologicamente rispetto a chi lo faceva raramente. Per l’attività fisica settimanale, la differenza media osservata era di poco superiore a mezzo anno.

Musica, musei, libri

Il dato funziona meglio se lo immaginiamo nella sua concretezza. Leggere attiva attenzione, memoria, linguaggio. La musica coinvolge emozioni, ritmo, corpo, ricordi. Un museo costringe a camminare, osservare, collegare immagini, date, storie, dettagli. Un laboratorio creativo aggiunge manualità, relazione, concentrazione. Ogni attività porta ingredienti diversi: stimolazione cognitiva, emotiva, fisica e sociale. Ed è proprio questa varietà, spiegano le ricercatrici, a poter rendere l’esperienza culturale più ricca sul piano della salute.

Il legame è risultato più forte negli adulti di mezza età e negli anziani, cioè dai 40 anni in su, e restava presente anche dopo aver tenuto conto di fattori capaci di alterare i risultati, come indice di massa corporea, fumo, livello di istruzione e reddito. Questo dettaglio conta, perché l’accesso alla cultura spesso dipende anche da disponibilità economica, tempo libero, istruzione, città in cui si vive. Lo studio prova a ridurre questo rumore statistico, pur senza trasformare il risultato in una prova definitiva di causa ed effetto.

La stessa équipe sottolinea che gli orologi epigenetici più vecchi analizzati nello studio non hanno mostrato benefici chiari né per l’arte né per l’attività fisica. Questo ridimensiona ogni entusiasmo facile e ricorda una cosa semplice: la ricerca sull’età biologica è ancora un campo in movimento. Gli strumenti cambiano, diventano più sensibili, misurano aspetti diversi dell’invecchiamento. Qui il segnale arriva soprattutto dagli indicatori più recenti, quelli più vicini al ritmo del declino legato all’età.

Una cura senza camice

Daisy Fancourt, prima autrice dello studio, parla di impatto dell’arte sulla salute “a livello biologico” e propone di considerare la partecipazione culturale come un comportamento favorevole alla salute, in modo simile all’esercizio. Feifei Bu, autrice senior, collega questi risultati a un filone già ampio di studi in cui le attività artistiche sono state associate a riduzione dello stress, infiammazione più bassa e miglioramento dei fattori di rischio cardiovascolare.

Vista dall’Italia, questa ricerca dice anche qualcosa di molto pratico. L’arte non vive soltanto nei grandi musei, nei biglietti costosi o nei festival con il programma stampato bene. Può stare in una biblioteca comunale, in un coro di quartiere, in un laboratorio di pittura, in una visita gratuita la prima domenica del mese, in un libro preso in prestito, in un concerto piccolo, in una sala di provincia con le sedie scomode. Se davvero la partecipazione culturale entra tra i comportamenti che aiutano a invecchiare meglio, allora accessibilità e continuità diventano parte della questione sanitaria, anche se suonano molto meno cliniche di una ricetta.

Naturalmente nessuno studio autorizza a sostituire camminate, controlli medici, sonno e alimentazione con una visita in galleria. Sarebbe comodo, e pure molto elegante, ma il corpo ama poco le scorciatoie. Il punto utile è un altro: la salute quotidiana si costruisce anche con attività che tengono svegli pensiero, emozioni, relazioni e curiosità. Un quadro guardato con attenzione, una canzone ascoltata senza fare altro, una pagina letta fino in fondo possono sembrare gesti piccoli. Il DNA, a quanto pare, li prende un po’ più sul serio.

Fonte: Innovation in Aging

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Articolo di Green Me