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Cultura

Il castello circondato dall’acqua che in pochi conoscono davvero: è a Sirmione e nasconde un segreto medievale

Marco Crisciotti
01/05/2026 19:09:00

Una fortezza nata dall’acqua

C’è qualcosa di quasi inverosimile nel Castello Scaligero di Sirmione. Non sorge su una rupe scoscesa, né domina una pianura dall’alto di una collina. È invece circondato dall’acqua su tutti i lati, ancorato alla punta di una sottile penisola che si allunga nel Lago di Garda come un dito puntato verso il centro del bacino. Una posizione che oggi sembra pittoresca e quasi teatrale, ma che nel Medioevo rappresentava una scelta tattica di straordinaria intelligenza: chiunque volesse prendere d’assalto la struttura si sarebbe trovato a combattere contro l’acqua ancor prima che contro le mura.

Tra i pochissimi esempi italiani di vera e propria fortificazione lacustre — categoria nella quale rientra anche la Rocca di Riva, sul versante trentino del lago — il Castello Scaligero è sopravvissuto ai secoli in uno stato di conservazione che lascia ancora oggi senza parole. Visitarlo significa fare un salto nel pieno del XIV secolo, quando la famiglia Della Scala dominava Verona e il suo vasto entroterra.

Chi lo costruì e perché

La storia del castello è intrecciata a doppio filo con quella degli Scaligeri, la signoria veronese che tra il Duecento e il Trecento trasformò questa zona del Nord Italia in un polo di potere regionale. Le analisi murarie condotte nel corso dei decenni hanno permesso agli studiosi di distinguere tre fasi costruttive sovrapposte: la prima risale all’epoca di Mastino I della Scala, nella seconda metà del XIII secolo; la seconda alla prima parte del Trecento; la terza alla metà del medesimo secolo, quando vennero aggiunti elementi difensivi cruciali come la darsena.

A portare a compimento la struttura nelle forme che ancora oggi possiamo ammirare furono Cansignorio e Antonio II Della Scala, che vollero fare di Sirmione una vera e propria fortezza a difesa dei confini settentrionali del territorio veronese. Non si trattava soltanto di un presidio militare, ma anche di un simbolo di potere destinato a impressionare chiunque si avvicinasse via lago.

L’ingegno medievale messo a nudo

Guardare il castello con gli occhi di un ingegnere significa accorgersi di quanto ogni sua parte risponda a una logica precisa. Il nucleo centrale è organizzato attorno a un quadrilatero, con tre torri angolari e un mastio che svetta per trentasette metri. Quella torre principale era concepita come residenza del signore, con gli alloggi per i soldati distribuiti ai piani inferiori: una soluzione che univa funzione abitativa e presidio militare in un’unica struttura verticale, consentendo al contempo una visuale pressoché illimitata sul lago e sui territori circostanti.

Attorno al nucleo centrale si sviluppa una seconda cerchiatura muraria più bassa, pensata per proteggere il cortile esterno e la darsena. Quest’ultima è forse il gioiello nascosto dell’intero complesso: si tratta dell’unico esempio superstite di porto fortificato del XIV secolo rimasto in Europa, un bacino interno dove la flotta scaligera — e poi quella veneziana — poteva trovare riparo e rifornimento al sicuro dalle mura merlate. La sua forma irregolare non è casuale né è frutto di imprecisione: secondo alcuni storici riflette la volontà precisa di ripararsi dal “pelèr”, il vento del nord che in certe stagioni spazza il Garda con una violenza sorprendente.

Le cosiddette torri scudate completano il sistema difensivo: a pianta quadrata, articolate su più livelli con solai in legno e ringhiere anticaduta, servivano a proteggere i tratti di mura più esposti e a garantire una rapida distribuzione di munizioni lungo tutto il perimetro. I merli che coronano le torri hanno la caratteristica forma “a coda di rondine”, elemento tipicamente ghibellino che ritroveremo anche in altri edifici di committenza scaligera.

Mattoni, pietre e un fossato riempito dal lago

I materiali utilizzati per la costruzione riflettono la pratica medievale di sfruttare ciò che il territorio offriva. Rocce locali e ciottoli del lago formano la struttura portante, irrigidita a intervalli regolari da corsi doppi di cotto, disposti ogni due metri circa con la funzione di fasciature orizzontali in grado di uniformare il comportamento strutturale della muratura. Gli angoli delle torri presentano una rifinitura “a dente di sega”, soluzione che aumenta la resistenza meccanica dei punti più vulnerabili.

A completare il sistema di difesa c’è il fossato, che non ha bisogno di essere riempito artificialmente: è il lago di Garda stesso a occuparlo, trasformando l’intero castello in una piccola isola. In origine l’accesso avveniva tramite due ponti levatoi, successivamente sostituiti dagli attuali passaggi in muratura. Ancora oggi, chiunque voglia raggiungere il centro storico di Sirmione deve necessariamente attraversare un arco del castello: una continuità funzionale che attraversa sette secoli di storia senza interruzioni.

Da fortezza a caserma, da caserma a monumento

Come accade a molte strutture militari che sopravvivono ai conflitti che le hanno generate, il Castello Scaligero ha attraversato nel tempo usi e funzioni molto diversi da quelli originari. Con l’avvento della dominazione veneziana all’inizio del Quattrocento la struttura fu aggiornata e rinforzata, ma nel corso dei secoli successivi perse gradualmente il suo ruolo strategico. Divenne deposito, poi caserma sotto i francesi e poi sotto gli austriaci, poi ancora sede di uffici municipali, ufficio postale, alloggio dei Carabinieri e perfino piccola prigione. Una vita lunga e frammentata, che racconta quanto certi luoghi persistano nell’uso collettivo molto al di là delle intenzioni di chi li ha costruiti.

Il cavaliere che non ha mai smesso di cercare

Ogni castello che si rispetti porta con sé almeno una leggenda, e il Castello Scaligero non fa eccezione. La storia che circola tra i vicoli di Sirmione riguarda Ebengardo, un giovane cavaliere di nobile stirpe, e Arice, una ragazza di origini modestissime della quale egli si innamorò con una forza che le convenzioni sociali non riuscirono mai del tutto a spegnere. I due riuscirono per lungo tempo a incontrarsi in segreto, ma la relazione venne scoperta e la famiglia di lui intervenne con durezza: a Ebengardo fu imposto un matrimonio di convenienza, mentre Arice fu allontanata dal castello — in alcune versioni della storia con esiti ben più tragici.

Da allora, secondo la leggenda, nelle notti in cui la tempesta si abbatte sul Garda e le acque si agitano attorno alle mura, lo spirito inquieto di Ebengardo vaga tra le torri e i cortili del castello, ancora alla ricerca di Arice. Una storia d’amore impossibile che il tempo ha trasformato in mito, e che continua ad aleggiare tra le pietre del monumento come un secondo strato di storia, invisibile ma tenace.

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Articolo di Green Me